TAP: slogan per comprare il consenso.

Non si baratta salute, ambiente, futuro energetico per qualche discutibile intervento che non affronta seriamente questi temi. I problemi del Salento hanno bisogno di una pianificazione di investimenti e di azioni che vedano l’innovazione, la sostenibilità e la tutela ambientale come punti cardine di una strategia realizzata dallo Stato e dagli Enti locali; il resto sono slogan del Governo e di multinazionali dei combustibili fossili che vogliono comprarsi il consenso.

SNAM realizzerà l’interconnessione con 270 milioni di euro dei cittadini, TAP costruirà il gasdotto con 2 miliardi di euro della Banca Europea d’Investimento.

Deve essere chiaro a tutti che alcuni amministratori e il Governo si comprano il silenzio e il consenso. Uccidono il dissenso democratico con 55 milioni di euro, quando il gasdotto viene finanziato con oltre 2 miliardi di euro di soldi pubblici! Le tasse degli italiani usate per raggirarli e costruire un’opera dannosa.

Anche questa volta, gli amministratori locali e il Ministro dello Sviluppo Economico hanno perso l’occasione di discutere di risparmio energetico attraverso la riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata, la produzione distribuita da rinnovabili diffuse in cui i proprietari degli impianti siano cittadini, amministrazioni e imprese, una tassazione su industrie inquinanti ed energivore che metta subito fuori mercato le centrali a carbone: solo queste sono proposte credibili per avere un risparmio sulla bolletta, un rilancio dell’occupazione e della ricerca, evitando danni alla salute e all’ambiente e diminuirebbe la dipendenza energetica da altri Paesi.

Ilva: bugie insopportabili.

Sono menzogne insopportabili. Calenda mente: non c’è alcuna cultura anti-industriale ma semplicemente un modello industriale obsoleto, costituito da altoforni, raffinerie, discariche, cementifici, inceneritori. È stato imposto e tutti i Governi, di centrodestra e centrosinistra, lo promuovono nonostante le morti ogni anno, i danni alla salute, all’ambiente e all’occupazione. Sono loro ad essere contro Taranto.

Il Governo sa che l’industria del futuro è quella dell’innovazione e delle economie sostenibili, tuttavia il PD, così come il centrodestra, non permettono all’innovazione di progredire e l’industria l’italiana rimane legata alle lobby antistoriche che ripropongono il passato.

Le dichiarazioni del viceministro Bellanova sarebbero esilaranti in uno spettacolo circense se non fossero gravissime per l’incarico istituzionale che ricopre. Per colpa del Governo non c’è ancora alcuna copertura dei parchi minerali, che nel migliore dei casi non avverrà prima del 2021: un ritardo di 6 anni rispetto all’autorizzazione rilasciata nel 2012, vergognosamente aggirata da oltre 12 decreti “Salva-Ilva”. Continuano a mentire senza il minimo pudore, mentre le persone si ammalano e muoiono: offendono e ricattano Taranto pensando che la cittadinanza sia ignorante e senza memoria.

Cerano: Governo e Regione ipocriti e criminali.

La centrale a Carbone ENEL di Cerano continuerà almeno fino al 2028, nonostante gli impianti sia al centro di diverse inchieste per presunti illeciti. Governo e Regione sono ipocriti e criminali. Non hanno vergogna: parlano di tutela della salute e dell’ambiente, di occupazione e di innovazione e poi, dopo tante favole, chiacchiere, slogan e promesse, autorizzano la centrale a carbone di Cerano, inquinante e antistorica a continuare ad avvelenare cittadini. Al Ministero della Salute evidentemente non interessa l’alto tasso di tumori nell’area di Brindisi.

Purtroppo non ci stupiscono questi ridicoli voltafaccia, a Roma come a Bari. D’altronde il PD è sempre il partito delle trivelle e dei decreti “salva-Ilva e ammazza-Taranto”, di quello “sblocca italia”, che cerca di giustificarsi proponendo soluzioni irrealizzabili come la conversione a gas di Cerano. Infatti, anche Emiliano non si è opposto al rilascio dell’autorizzazione.

Questi partiti ci costringono a rimanere schiavi di modelli di sviluppo ottocenteschi. Non c’è da stupirsi se tanti laureati emigrano: qui non c’è spazio per l’innovazione,  per alternative economiche alle industrie inquinanti. Solo il M5S ha già le proposte per un serio programma di Governo con cui cambiare direzione e il destino del nostro Paese.

ENI e CISA: aziende preistoriche!

Mentre ENI, attraverso l’esperienza della raffinazione del petrolio, incontra gli studenti a Taranto per il programma scuola-lavoro, CISA alla fiera Ecomondo di Rimini promuove progetti per l’educazione ambientale dedicata agli studenti.

E’ paradossale che queste aziende, insostenibili e inquinanti, formino gli studenti per inserirli nel mondo del lavoro. Le attività di CISA ed ENI, basate rispettivamente sullo smaltimento dei rifiuti e sulla lavorazione delle fonti fossili, non hanno alcun futuro e sopravvivono come dinosauri a causa dei partiti tradizionali.

Tra 10-15 anni non ci sarà spazio per queste attività: la raffinazione del petrolio sarà obsoleta perché la produzione dell’energia sarà basata sulle fonti rinnovabili; lo smaltimento dei rifiuti sarà minimo riutilizzando al massimo i materiali, quindi non occorreranno discariche, impianti di trattamento meccanico biologico e inceneritori.

Eni e CISA non hanno nulla da insegnare! Quale educazione possono trasmettere agli studenti se le loro attività sono ambientalmente devastanti? E’ evidente che è scopo di queste aziende vogliono ripulire la propria immagine cercando di far dimenticare i problemi di inquinamento che provocano ai cittadini.

Ai giovani serve una formazione verso le nuove economie sostenibili, l’economia circolare, l’innovazione e i settori del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili. La formazione verso gli studenti deve avere l’obiettivo di prepararli al mondo del lavoro dandogli la possibilità di trovare in futuro un’occupazione stabile, etica e sostenibile!

Rifiuti Provincia di Taranto: disastro sulla pelle dei cittadini.

Dai dati del rapporto rifiuti urbani 2017 di ISPRA si evince che nel 2016 in Italia su un totale di 7.4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani smaltiti in discarica, ben 692 mila tonnellate sono state smaltite nella sola Provincia di Taranto.

Questi sono i risultati disastrosi di 20 anni di politica di centrodestra e centrosinistra. Il gran numero di autorizzazioni rilasciate dalla Provincia ai gestori delle discariche, senza alcuna logica legata al fabbisogno territoriale, e le leggi regionali approvate che permettono ai rifiuti provenienti da altri territori di essere smaltiti nel tarantino, hanno determinato questo pessimo primato italiano. Stiamo parlando dei rifiuti urbani senza considerare l’impatto sul territorio, altrettanto imponente, dello smaltimento dei rifiuti speciali.

Purtroppo la situazione peggiorerà perché il Governo attraverso il decreto Sblocca Italia ha dichiarato strategici gli inceneritori che, potendo ricevere rifiuti da altre Province, aggiungeranno il loro effetto inquinante a quello delle discariche: perché sia strategico un impianto vecchio, antieconomico e inquinante come l’inceneritore dell’AMIU, lo sanno soltanto Renzi, il ministro Galletti ed il presidente Emiliano.

La legge italiana impone il raggiungimento del 65 % di raccolta differenziata al 31 dicembre 2012. Nel 2016 sono cambiati i criteri per il calcolo delle percentuali di raccolta differenziata che ne hanno incrementato ovunque il livello di qualche punto percentuale. Mentre il nord supera il 65% di raccolta differenziata, con una media nazionale è già oltre il 50%, la percentuale media della Provincia di Taranto è del 29,5%

I sindaci in passato hanno accettato supinamente questo scandalo e ne sono complici: la separazione della materia per il suo recupero è a livelli imbarazzanti oltre che fuori legge. Non si deve avere un alto livello di raccolta differenziata per moda o per vanto: recuperare materia ci permette di risparmiare le limitate risorse sul pianeta e non dover lasciare alle future generazioni discariche oltre che non avvelenare acqua terra e aria. Eppure molti amministratori e politici di professione, che si dicono esperti e capaci, non conoscono neanche gli obiettivi minimi che la legge imponeva di raggiungere 5 anni fa. C’è un evidente favoreggiamento improntato verso lo smaltimento.

Il costo medio del servizio rifiuti dei cittadini che vivono al nord è di 148,83 euro per ogni abitante, al sud si supera i 171 euro per ogni abitante. Differenziare premia i cittadini: dove le raccolte differenziate hanno superato gli obiettivi minimi imposti dalla legge, le tariffe per i cittadini sono minori rispetto a chi, come al sud, è ancora lontano da questi obiettivi. E’ la dimostrazione, certificata dai dati ISPRA, che perseguire le politiche di “strategia Rifiuti Zero”, cioè il recupero totale di materia, non solo salvaguarda l’ambiente e produce maggiore occupazione, ma fa risparmiare soldi ai cittadini.

TAP, confronti basati su presupposti errati.

Le informazioni su cui si basano le azioni di alcuni sindaci e le dichiarazioni pubbliche di politici e tecnici sono totalmente errate. Ho assistito in Provincia di Lecce alla fiera dell’ipocrisia!

Seagrass (Posidonia oceanica), Mediterranean Sea

Il primo equivoco che molti esponenti istituzionali commettono, anche volontariamente, è che il gasdotto ormai si farà. Pur essendo concluse le procedura di VIA per il gasdotto a mare e per l’interconnessione, sono svariate le prescrizioni che le società devono compiere e che potrebbero bloccare l’intera opera. Tale convinzione proviene dalle dichiarazioni di un Governo a fine legislatura e se il prossimo tra qualche mese sarà con il M5S le strategie energetiche nazionali saranno molto diverse. Il secondo errore è che il gasdotto sia un problema di approdo: TAP ci costringerà a rimanere schiavi delle multinazionali e di modelli economici e di sviluppo obsoleti, per non dire ottocenteschi. La terza informazione sbagliata è che l’opera non abbia contributi pubblici e sia investimento privato, nonostante, lo ribadiamo da anni, sia un’opera finanziata con 2 miliardi di euro di soldi pubblici dalla Banca Europea degli Investimenti, cui si aggiungono altri 270 milioni di euro sprecati per il collegamento da Melendugno a Mesagne pagati attraverso le bollette degli italiani.

Inoltre altre due premesse rendono fallace ogni ragionamento di chi oggi promuove TAP o ne tollera la sua presenza: che sia utile e non pericoloso. Evidentemente tanto l’on. Massa quanto l’ing. Laforgia, non conoscono per nulla il progetto lacunoso TAP, nel quale la stessa società dichiara un rischio rilevante per gli abitanti intorno alla centrale di depressurizzazione. E poi si ignorano le condivisibili preoccupazioni dell’oncologo dott.Serravezza e gli studi epidemiologici sull’elevata incidenza delle patologie causate dall’insalubre contesto ambientale, per cui ogni ulteriore carico aggiuntivo di inquinanti (come quelli emessi dai bruciatori della centrale di decompressione) sono inaccettabili per la salute umana. Le fantasiose tesi di decabonizzare  tramite riconversione di Cerano e Ilva, purtroppo ripetute ancora oggi, sono già state smentite numerose volte da autorevoli tecnici e dagli amministratori di questi siti industriali.

Infine, l’idea che ragionare sulle compensazioni, anche non economiche, serva al Governo per comprendere esigenze del territorio e intervenire con politiche mirate a tutelare salute, ambiente e sviluppo è una assurdità di chi vuole arrampicarsi sugli specchi: a Roma sono perfettamente consapevoli dei disastri di Ilva, Cerano e disseccamento degli ulivi con le ovvie conseguenze sulla disoccupazione, e gli effetti negativi sul turismo e le altre alternative economiche sostenibili, sulla salute e sull’ambiente. Sono proprio gli ultimi Governi ad aver causato questi danni e appellarsi al medesimo per un tavolo istituzionale per discutere come risolverle è davvero una beffa per i cittadini.

Nessun cenno su politiche locali per risparmiare energia attraverso riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata, o sulla possibilità di ampliare la produzione da rinnovabili distribuite in cui i proprietari degli impianti siano cittadini, amministrazioni e imprese: solo queste sono proposte credibili per avere un risparmio sulla bolletta, un rilancio dell’occupazione e della ricerca, evitando danni alla salute e all’ambiente e diminuirebbe la dipendenza energetica da altri Paesi. Evidentemente questo non conviene alle multinazionali e ai politici che propongono soluzioni antistoriche.

Rifiuti Provincia di Lecce: risultati pessimi!

Dai dati del rapporto rifiuti urbani 2017 di ISPRA si evince che in Provincia di Lecce vengono prodotti la maggior quantità pro capite di rifiuti urbani smaltiti in discarica. La media regionale di rifiuti prodotti per ogni cittadino e finiti in discarica è di 310 kg, quella provinciale 355 kg. Le politiche virtuose che sono stabilite dalle norme europee e italiane: la riduzione a monte della produzione dei rifiuti è il primo parametro in ordine gerarchico nella gestione dei rifiuti.

La Provincia di Lecce è la peggiore dell’intera Regione che certo non brilla tra quelle italiane per i risultati raggiunti. Il ciclo dei rifiuti è gestito in maniera pessima perché non si adottano le migliori pratiche internazionali come la “strategia rifiuti zero” e le linee guida europee: non c’è alcuna politica di riduzione della produzione di rifiuti (detrazioni fiscali per la vendita di prodotti sfusi o riusabili).

La raccolta differenziata è bassa: con il 37% la Provincia di Lecce è la penultima in Puglia. La legge italiana in attuazione delle norme ue, impone il raggiungimento del 65 % di raccolta differenziata al 31 dicembre 2012. Nel 2016 sono cambiati i criteri per il calcolo delle percentuali di raccolta differenziata che ne hanno incrementato ovunque il livello di qualche punto percentuale.

Altro scandalo è che la separazione della materia per il suo recupero è a livelli imbarazzanti oltre che fuori legge. Non si deve avere un alto livello di raccolta differenziata per moda o per vanto: ma recuperare materia ci permette di risparmiare le limitate risorse sul pianeta e non dover lasciare alle future generazioni discariche oltre che non avvelenare acqua terra e aria. Eppure molti amministratori e politici di professione, che si dicono esperti e capaci, non conoscono neanche gli obiettivi minimi che la legge imponeva di raggiungere 5 anni fa!

Evidentemente la visione è quella di creare emergenze ad arte: riempire le discariche per aprirne altre in deroga a regole e controlli e giustificare l’incenerimento degli stessi. Due business molto remunerativi per chi gestisce le discariche o ci avvelena bruciando rifiuti e che spesso come raccontano le cronache giudiziarie vede l’interesse della criminalità organizzata.

Per questo anche il resto della Regione Puglia non può festeggiare: se avessimo il 100% di materia recuperata avremmo tariffe molto più basse, più occupazione, meno criminalità e probabilmente anche più turismo. Emiliano, come Vendola e Fitto, non vuole una virtuosa economia circolare ma quella malata dello smaltimento, a vantaggio dei soliti noti imprenditori che in Puglia detengono il monopolio dell’intero ciclo dei rifiuti.

Copertura dei parchi minerali con i soldi delle bonifiche.

Un altro regalo al nuovo acquirente: i soldi sequestrati ai Riva invece di essere usati per le bonifiche sulla base del principio di “chi inquina paga”, verranno utilizzati per coprire i parchi minerali. La conferma che su Ilva, il Governo preferisce aiutare l’azienda  invece di difendere la città.

Con quali risorse verranno realizzate le bonifiche all’interno dell’Ilva che impiegheranno i lavoratori non assorbiti da Am Investco? Il Governo non da risposte e siamo sicuri che nulla cambierà continuando in questa direzione.

Infine, ammesso che i Commissari riescano a coprire i parchi minerari, questo non salverà la salute dei cittadini: i danni maggiori sono prodotti dall’area a caldo, sequestrata nel 2012, che non ha visto un solo giorno di fermo. L’Ilva è un mostro da chiudere, garantendo il reddito ai lavoratori e il loro reimpiego nelle bonifiche: serve un piano di riconversione economica per Taranto che sia centrato sull’innovazione, sulla  valorizzazione e protezione delle bellezze ambientali e storiche/culturali, che permetta di uscire dalla idea di sviluppo industriale obsoleto, inquinanti, insostenibile e incompatibile con la vita umana.

SNAM punta ad aumentare la capacità di gas in arrivo dalla Puglia.

È follia incrementare la capacità di import del gas raddoppiando il quantitativo di gas del TAP e del Poseidon o costruendo un nuovo gasdotto. La Puglia e l’Italia non sono terra di conquista delle lobbies petrolifere!

La logica perversa alla base di queste iniziative è la Strategia Energetica Nazionale, dei Governi di centrodestra e di centrosinistra, secondo cui l’Italia diviene un megahub europeo del gas. E’ illogico, per il nostro Paese, che ha enorme capacità di usare l’eolico e il solare, continuare con l’importazione di gas: aggraviamo la nostra dipendenza energetica da Paesi esteri in contesti geopolitici complicati e instabili per approvvigionarci da fonti fossili che sono limitate, dannose per la salute, inquinanti e insostenibili. Abbiamo tutto per risparmiare energia, ampliare la produzione da rinnovabili distribuite in cui i proprietari degli impianti siano cittadini e imprese: si avrebbe un risparmio sulla bolletta, un rilancio dell’occupazione e della ricerca, evitando danni alla salute e all’ambiente e diminuirebbe la dipendenza energetica da altri Paesi.

Inoltre si è acceso il dibattito sulle opere di compensazione per il già previsto raccordo tra SNAM e TAP, come la costruzione di una rete di distributori di metano in Puglia e la diminuzioni del costo delle bollette. Premesso che chi è davvero contro il TAP, non può accettare alcuna compensazione, occorre smascherare la grande mistificazione di questi giorni: non ha alcun senso realizzare distributori di metano per auto dato che la mobilità è già oggi l’elettrico e le presunte diminuzioni del costo del gas in bolletta assomigliano ai buoni carburante in Basilicata, la regione più povera d’Italia. I cittadini potrebbero azzerare davvero le bollette con l’autoproduzione energetica da rinnovabili ma evidentemente questo non conviene alle multinazionali e ai politici che propongono soluzioni antistoriche.

ZES in Salento: per Surbo serve serio piano di rilancio.

Lo avevamo detto mesi fa: le ZES svantaggiano le aziende che rimangono all’esternoOggi i politici salentini ne prendono atto e chiedono, con oltre 4 mesi di ritardo, di includere lo scalo ferroviario di Surbo all’interno di una ZES: non hanno mai avviato un rilancio concreto e pensano che con proposte confuse e senza alcuna pianificazione, si possa rilanciarlo.

La discussione sulle ZES si è trasformata in una guerra campanilistica a causa della Regione: Emiliano e l’assessore Mazzarano promettono senza dire come sia possibile realizzare un sistema sinergico che avantaggi tutti. Queste promesse presto si  scontreranno con i pochi fondi disponibili per tutto il mezzogiorno: ogni atteso beneficio sarà ridimensionato e saranno solo le aziende amiche o le multinazionali a beneficiarne.

Non si è mai discusso dei criteri di accesso e di quali tipi di aziende beneficeranno degli incentivi; si sta perdendo un’altra occasione per fare chiarezza e dare un chiaro indirizzo politico, nonostante il forte ritardo del Governo con l’emanazione del decreto che li specifica: non esiste un dibattito pubblico sul tipo di economia che si vuole realizzare in Puglia attraverso le ZES.

E’ paradossale che nonostante gli impegni presi dall’allora candidata sindaco Loredana Capone durante la campagna elettorale per le elezioni comunali amministrative per Lecce del 2012, la Regione dove lei ha l’incarico di assessore, non abbia mai agito per rilanciare lo scalo di Surbo. E’ poco credibile rispolverarlo solo per la questione ZES: serve un piano di rilancio, a prescindere dagli incentivi per le zone speciali, che possa dare respiro al comparto della logistica. Ho presentato diverse interrogazioni per chiedere al Governo di incentivare le attività legate allo scalo merci di Surbo e la mia è stata l’unica voce contro il silenzio degli amministratori.