Intervista a TTS Italia sul Nuovo Codice della Strada

Qualche settimana fa ho rilasciato questa intervista sul ruolo delle tecnologie digitali nella mobilità e nei trasporti con riguardo anche alla sicurezza stradale e alle modifiche in discussione in queste settimane al codice della strada. Buona lettura.

De Lorenzis: “Digitale e tecnologie in aiuto alla sicurezza stradale. La nostra mobilità diventi veramente intermodale: car sharing, bici e pattini nel Codice della strada”

“Maggiore severità per chi usa lo smartphone alla guida, digitale in aiuto alla sicurezza stradale e nuove forme di mobilità sostenibile tra cui posti riservati al car pooling e sharing, regolamentazione dell’uso di pattini elettrici e hoverboard”. Sono queste le proposte più importanti secondo Diego De Lorenzis, relatore del pacchetto di provvedimenti attualmente all’esame di Montecitorio per il restyling del Codice della Strada. Il Vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera in questa intervista a TTS Italia dice anche “l’Italia deve contare su una reale intermodalità sia per i passeggeri che per le merci”.

La Commissione Trasporti della Camera ha cominciato l’esame di una serie di ddl che propongono modifiche al codice della strada. Quali sono le maggiori novità proposte?

Le proposte avanzate dai gruppi parlamentari affrontano temi molto diversi essendo il codice della strada una materia molto ampia. Ci sono certamente temi divisivi e altri su cui si può trovare larga condivisione; a tal proposito credo che una maggiore severità sull’uso degli smartphone e più trasparenza sui proventi delle sanzioni per la violazione delle norme del codice, la promozione verso nuove forme di mobilità sostenibile sono esempi di misure che potrebbero trovare l’unanimità del Parlamento. Ne sono previste tante altre su cui ci sarà un confronto ampio che prevede un ciclo di audizioni molto approfondito per recepire anche sollecitazioni e istanze ancora non ricomprese tra le proposte di iniziativa parlamentare. Il tema della sicurezza stradale è quello su cui c’è maggiore sensibilità, senza dimenticare la necessità di includere quelle soluzioni tecnologiche che le recenti innovazioni del digitale hanno comportato nei trasporti.

La circolazione su strada avrebbe bisogno di regole più snelle, mentre le tecnologie potrebbero supportare maggiormente la sicurezza di automobilisti e autisti. Che ne pensa?

La tecnologia ha senza dubbio avuto un impatto notevole su due fattori che incidono sulla sicurezza stradale: il veicolo e l’infrastruttura. Il fattore umano, i comportamenti degli utenti della strada, rimane la variabile che può ancora determinare una diminuzione considerevole della incidentalità stradale. Un insieme di regole più semplici certamente rendono la loro applicazione più immediata evitando lungaggini e incertezze, perché la stratificazione normativa e giuridica non aiuta la correttezza dei comportamenti e la certezza delle sanzioni in caso di violazione. C’è poi un tema di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per attivare quel cambiamento culturale indispensabile se vogliamo raggiungere l’obiettivo di avere zero vittime sulla strada, atteso che nel 2017 sono state 3.378 ed è un numero inaccettabile.

Il codice della strada andrà aggiornato anche in vista di una nuova concezione degli spostamenti. Come vede in Italia l’evoluzione del concetto di mobility as a service che sta andando per la maggiore in Europa e nel mondo?

È evidente che il passaggio dalla proprietà alla condivisione, dall’uso esclusivo al servizio, è un modello più efficiente di usare le risorse, intese non solo come utilizzo dell’energia impiegata per muovere i veicoli ma anche e soprattutto in relazione allo spazio urbano, ai tempi di percorrenza e all’economicità dei tragitti. Questa tendenza, che in Italia fatica ancora ad affermarsi, è un fenomeno esponenziale che diventerà dirompente nel breve periodo. Tale mutamento delle nostre abitudini e dei contesti urbani va governato e agevolato, promuovendo quelle norme ancora non previste nel nostro codice. Solo a titolo di esempio, l’ordinamento non prevede la possibilità per gli enti locali di riservare degli spazi alle auto in condivisione o non regolamenta ancora l’impiego dei dispositivi di mobilità personale come i pattini elettrici e gli hoverboard che oggi insieme alla mobilità pedonale, ciclistica e al trasporto pubblico sono componenti essenziali per garantire minor congestione attraverso una reale intermodalità.

Quali sono secondo Lei le azioni da mettere in campo per rafforzare la diffusione della smart mobility?

Bisogna agire su più fronti, magari prendendo spunto dalle migliori pratiche europee: le istituzioni pubbliche devono creare, attraverso la regolamentazione e risorse adeguate, il contesto per favorire e agevolare la trasformazione, aiutando la cittadinanza e le imprese a ridurre gli impatti del cambiamento che possono essere percepiti negativamente. La tecnologia però non può essere l’unico elemento su cui puntare, perché non sarà sufficiente la guida autonoma o l’alimentazione elettrica per avere città belle, sicure, decongestionate dal traffico. È indispensabile ridurre il tasso di motorizzazione, attuando una dieta del traffico per poter impiegare lo spazio pubblico in maniera più democratica: è necessario dare attenzione e dignità a quelle modalità che oggi spesso sono trascurate dalle amministrazioni come dal codice, per esempio la mobilità ciclistica atteso che un aumento dei ciclisti rende la città più sicura per tutte le categorie di utenti vulnerabili dai motociclisti agli anziani, dai pedoni ai disabili.

Si parla spesso dell’Italia come una piattaforma logistica naturale. Quali sono secondo Lei le misure da mettere in campo per supportare l’efficienza del trasporto delle merci?

Le indicazioni provengono certamente dalle associazioni di categoria  in un dialogo aperto e trasparente tra tutti i portatori di interesse della catena logistica: ci sono certamente interventi infrastrutturali per adeguare i binari ferroviari, i porti e gli interporti al treno europeo, e per garantire l’intermodalità reale e conveniente; altresì bisogna migliorare le operazioni di sdoganamento garantendo certezza dei tempi, orientare gradualmente le risorse dalla gomma alle altre modalità più sostenibili sulla lunga distanza e procedere anche ad un miglioramento delle condizioni del sistema per competere, come per esempio l’abolizione dell’obbligo del doppio macchinista sul trasporto ferroviario merci. Questo deve avvenire con un confronto costante, una pianificazione delle risorse chiara sia sulla parte di investimenti sia sulla manutenzione e l’efficientamento dell’esistente. 

Infine, questo governo è molto impegnato sul fronte della blockchain e intelligenza artificiale. Come è possibile secondo Lei accompagnare lo sviluppo di queste tecnologie nei trasporti?

Le modalità in cui la regolamentazione della tecnologia abiliterà nuove opportunità, migliorando i processi e aprendo a nuove occasioni sono praticamente innumerevoli e ancora tutte da scoprire benché alcune abbiano cominciato ad affacciarsi come sperimentazione e prototipazione. Per una volta il nostro Paese è finalmente all’avanguardia in Europa e questo deve porci in una condizione di leadership e di attrazione degli investimenti. Questo non solo mi rende infinitamente orgoglioso, ma assolutamente fiducioso in un cambiamento radicale dell’approccio che il regolatore, le istituzioni pubbliche, hanno verso la tecnologia e l’innovazione.

Via della Seta e i porti del Sud Italia

La Via della Seta è un tema troppo importante per essere lasciato in mano ad approssimazioni e strumentalizzazioni politiche prive di fondamento.

Proverò a fare chiarezza sulla base delle informazioni avute direttamente dal Ministero dei Trasporti. In primis, nel Memorandum of Understanding di prossima sottoscrizione tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese, che esprime una convergenza generale di interessi fra le parti e la volontà di collaborazioni in diversi settori, non si fa alcun particolare riferimento a progetti portuali italiani, in particolare alcun cenno è fatto ai porti di Genova e Trieste. Dunque, è assolutamente pretestuoso e fuorviante ritenere che l’area portuale di Taranto sia penalizzata rispetto ad altri porti.
Inoltre, nel quadro della Piattaforma di connettività Eu-China, iniziativa partita nel settembre 2015 e il cui obiettivo è quello di rafforzare lo scambio di informazioni, promuovere collegamenti di trasporti, creare opportunità di cooperazione per le imprese cinesi ed europee, è prevista una lista aperta e sempre emendabile su proposta delle parti. In questa lista sono previsti progetti per i porti di Trieste e Genova. Per il porto di Taranto, invece, non è stata mai espressa la volontà di un inserimento in tale Piattaforma e pertanto, al momento, non è previsto il suo coinvolgimento. Infatti, nell’ultima missione commerciale del precedente esecutivo, nell’anno 2017, furono sottoposte proposte commerciali riguardanti i porti di Genova e Trieste, e in riferimento all’area portuale di Taranto, tale proposta non fu mai concretizzata dal precedente Governo.
Esistono quindi accordi commerciali bilaterali delle Autorità di Sistema Portuali con le parti cinesi per i progetti portuali sopra richiamati (diga foranea per Genova e progetto ferroviario Trihub per Trieste), mentre evidentemente le Autorità di Sistema Portuale di Bari e di Taranto non hanno mai avviato alcun dialogo in tal senso.
Sarebbe utile per la qualità del dibattito pubblico affrontare questi temi con serietà e informazioni puntuali invece di usare polemica sterile.
È evidente come siano completamente strumentali le accuse, rivolte a questo Governo, che invece con grande impulso e determinazione si sta adoperando per ridurre il gap infrastrutturale del Mezzogiorno.

Ciclovia turistica dell’Acquedotto Pugliese: Emiliano e Giannini accampano scuse per nascondere disinteresse e colpevoli ritardi.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha già ribadito quanto la Regione Puglia ha sottoscritto nel protocollo per cominciare la progettazione tecnico economica della ciclovia dell’acquedotto: il progetto è unico e pertanto anche l’analisi preliminare deve prevedere il percorso completo da Caposele (Av) fino a Santa Maria di Leuca (Le) e la regione capofila, cioè la Puglia, si è formalmente impegnata a Luglio 2017 a consegnare l’intera progettazione entro 180 giorni.
Dopo quasi 2 anni di colpevole ritardo, la Puglia non può consegnare nulla al Ministero dei Trasporti perché non ha completato la sua parte e non ha preteso il rispetto della scadenza neanche dalle altre 2 regioni interessate dal passaggio della ciclovia, Campania e Basilicata.

Per questo, il 15 febbraio il Ministero, ha mandato una nota alla Regione ricordando la sollecitazione della Corte dei Conti sulla rendicontazione delle risorse già erogate, cioè la consegna del progetto di fattibilità tecnico economica ed evidenziando quindi il rischio concreto di dover restituire le somme già erogate e di perdere le altre previste per gli step successivi dell’iter, cioè la progettazione definitiva, quella esecutiva e la realizzazione concreta delle opere di messa in sicurezza e di accessibilità del sentiero della condotta principale dell’acquedotto pugliese.

Non importa che la parte del progetto relativa alla Regione Puglia sia meno indietro rispetto a quanto fatto da Campania e da Basilicata.
La Regione ha anche la responsabilità di aver lasciato la progettazione delle altre porzioni a Basilicata e Campania, sapendo che il progetto è unico. Ha anche l’aggravante di non essere riuscita a coordinare il progetto in qualità di capofila? Insomma un fallimento totale: solo adesso che è stato evidenziato dal Ministero il rischio di perdere le risorse, Emiliano e Giannini si sono svegliati provando maldestramente a scaricare le proprie responsabilità ad altri.

D’altronde, il nervosismo nelle repliche scomposte di Emiliano conferma il suo imbarazzo e l’incapacità di Giannini, visto anche che non dovrebbe essere difficile interloquire con i Presidenti di Campania e Basilicata visto che entrambi sono del suo stesso partito.

Sulla base dei fatti, dunque, ribadiamo quindi le colpe della Regione Puglia che non è affatto in attesa di alcuna risposta dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e che se i pugliesi perderanno questa opportunità di sviluppo e di occupazione, sarà solo per l’incompetenza del governatore della nostra regione.

Ciclovia dell’Acquedotto pugliese: ritardi colpa della Regione Puglia

Dopo oltre 3 anni di inutile attesa il presidente Emiliano e l’assessore Giannini cercano di scaricare le proprie responsabilità su altri!

La verità è che la Regione Puglia doveva avere un ruolo di guida e ad oggi, mentre altre Regioni stanno passando alla progettazione definitiva, la nostra rimane a fare sterile polemica invece di utilizzare soldi stanziati per restituire la fruibilità a cittadini e turisti di un’opera straordinaria importanza per lo sviluppo sostenibile dei nostri territori!

È dovuta intervenire la Corte dei Conti con dei rilievi formali e il Ministero dei Trasporti minaccia giustamente di revocare i fondi a causa della inerzia e incapacità di chi amministra la nostra Regione!

Ciclovie: ritardo inaccettabile della Puglia. Rischio danno economico

Poco dopo il nostro approdo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti abbiamo confermato lo stanziamento di 361,78 milioni di euro per la nascita del Sistema nazionale delle ciclovie turistiche (SNCT), ritenendo strategico, per il destino economico di tante aree del Paese, lo sviluppo di queste infrastrutture e della mobilità dolce.
Con stupore, tra le 10 ciclovie, quella dell’acquedotto che vede la Puglia capofila (insieme a Basilicata e Campania), per la progettazione e la realizzazione, pur avendo ricevuto i primi finanziamenti da parte del Ministero per la redazione dello studio di fattibilità tecnico-economica, latitano nella trasmissione dei progetti, nonostante numerosi solleciti inviatigli dalla competente Direzione generale del Mit, dimostrando scarsa collaborazione e profondo disinteresse per opere utili allo sviluppo della mobilità sostenibile. Opere che, per altro, porteranno certamente posti di lavoro e opportunità economiche per i territori attraversati dalle ciclovie.

I ritardi, imputabili unicamente alla Regione, potrebbero determinare importanti rilievi della Corte dei Conti, costringendo il Ministero a chiedere indietro i fondi già erogati, con il rischio di un importante danno economico per i territori interessati dalle ciclovie e questo è inaccettabile!
A dicembre 2015, per la legge di Bilancio 2016, un fronte ampio e trasversale, con un lavoro intenso del “coordinamento dal basso per la ciclovia dell’acquedotto pugliese” e il supporto mio e di altri colleghi parlamentari, riusci a smuovere il Governo di allora per far rientrare questa infrastruttura tra i finanziamenti delle prime 4 ciclovie (insieme a quelle del VenTo, del Sole e Grab).
Dopo oltre 3 anni (nel frattempo le ciclovie del SNCT sono diventate 10) ancora non si è riusciti a passare alla progettazione definitiva, come invece accaduto per il Grab.

TAV, M5S: serietà è valutare rischi, previsti investimenti importanti per opere davvero utili

È francamente deprimente veder ridurre la questione Tav a una sterile discussione tra chi dice ‘Sì’ al progresso – che sono poi gli stessi che dicevano ‘Sì’ a Ruby nipote di Mubarak e al Ponte sullo Stretto – e chi dice ‘No’. Non sono certo argomentazioni serie, né tanto meno sono queste le variabili da valutare per decidere su un’opera del genere. ‘Ridiscutere integralmente l’opera’ è quello che abbiamo concordato nel contratto di Governo e ricordiamo che i lavori per il tunnel del tav Torino-Lione non sono mai iniziati: a dispetto di quanto sostenuto dal ministro Salvini, non esiste neanche un cm di linea ferroviaria.

Il ministro Toninelli invece ha giustamente avviato un’analisi costi-benefici che finalmente ci consentirà di capire se l’opera è sostenibile, anche dal punto di vista economico, per evitare ulteriore spreco di soldi pubblici. Questa attenta valutazione tecnica denota grande senso di responsabilità con cui affrontiamo in maniera pragmatica e non ideologica ogni problema.
La stessa responsabilità che ci ha portato a concentrare l’attenzione sulle opere davvero utili per il Piemonte e per il Paese intero. In Legge di Bilancio abbiamo stanziato 250 milioni per i ponti del Po e abbiamo un piano di circa 600 milioni che andranno ad Anas per il rifacimento di strade e viadotti piemontesi. Inoltre, nei 13 miliardi del contratto di programma con Rfi, sono già stati stanziati fondi per il trasporto pubblico locale e per la messa in sicurezza e il potenziamento di nodi autostradali, ferroviari e aeroportuali. E se il Tav non si dovesse fare, i soldi risparmiati saranno certamente investiti per la messa in sicurezza e l’ammodernamento delle infrastrutture fondamentali del territorio.

Sono queste le ‘grandi opere’ da portare avanti perché sono le uniche utili davvero: hanno un grande impatto sulla vita quotidiana dei cittadini e possono davvero portare quel ‘progresso’ tanto sbandierato a parole dalla vecchia classe politica ma mai realmente realizzato.

Manovra, M5S: finalmente cambiamento vero nelle politiche su automobile

La Legge di Bilancio 2019 è la manovra del Popolo perché per la prima volta è stata pensata interamente per i cittadini e non per i finanziatori dei partiti. La norma su bonus per acquisto nuove auto ecologiche è stata migliorata ascoltando tutte le indicazioni di associazioni e parti interessate. Siamo molto soddisfatti di aver rimodulato la norma che penalizza l’acquisto delle auto più inquinanti e premia quelle più ecologiche.

È stato legato l’altissimo bonus, fino a 6.000 euro, alla rottamazione, mentre si avrà uno sconto fino a 4.000 euro senza rottamazione, per incentivare l’acquisto di auto con emissioni di anidride carbonica nulle o bassissime, a partire da marzo 2019.
Nella nuova formulazione della norma, ora anche chi acquista motocicli elettrici e ibridi beneficia di uno sconto del 30% sul prezzo d’acquisto. Riteniamo questo un vero, primo segnale di cambiamento che, anche in Italia, indica al settore e ai cittadini la sostenibilità ambientale come direzione imprescindibile.

La norma dell’incentivo già non prevedeva alcuna tassa su automobili già in circolazione ma non penalizzerà la vendita di nuove auto di piccola cilindrata. Infatti, verrà applicata una maggiore tassazione solo alle nuove auto le cui emissioni sono sopra i 160 g/km di CO2, proprio per scoraggiare l’acquisto di nuove auto molto inquinanti.
Infine, sono previsti 5 milioni di euro per l’istallazione di colonnine di ricarica per autovetture elettriche. Grazie al nostro impegno e al confronto con tutte le parti, possiamo dire con orgoglio di aver trovato un punto di equilibrio tra la tutela della salute pubblica attraverso la riduzione della differenza di prezzo dei veicoli meno inquinanti e la necessità di non tassare in alcun modo le auto circolanti dei cittadini.

Avviato uno screening puntuale sulla tenuta dei cavalcavia della SS 274

L’elenco richiesto dal Ministero dei Trasporti mesi fa è tutt’altro che inutile: è il presupposto per poter compiere scelte consapevoli in un ambito, quello delle infrastrutture, fondamentale per il nostro Paese.

Uno screening accurato e aggiornato costantemente è una pratica virtuosa finora inesistente per avere sempre sottomano un quadro conoscitivo della situazione infrastrutturale.
Una fotografia dell’esistente è indispensabile sia per fare un elenco delle priorità, sia per comprendere l’entità delle risorse da destinare, ed è assolutamente propedeutica a qualsiasi intervento.
Altrimenti come accaduto finora saremmo costretti a intervenire alla cieca. Prova dell’utilità di questa pratica è proprio la gestione dei cedimenti, avvenuti in questi giorni, su due cavalcavia della provincia: sappiamo già che non c’è alcun pericolo di crollo per grave danno strutturale ma è necessaria la manutenzione ordinaria, che consente anche l’allungamento della vita utile di queste opere invece di intervenire in emergenza con adeguamenti straordinari spesso troppo tardivi.